Ahahah

(Source: iraffiruse, via onlylolgifs)

"I’m not for everyone. I’m barely for me."

Marc Maron

(Source: goofballery, via emopoiesi)

  • Me: Mamma, credo che mi sta arrivando il raffreddore.
  • Madre: Omioddio no! Cerca di non prendertelo che sennò me lo attacchi!

Lettera di un medico spagnolo esperto di ebola che lavora in Sierra Leone

kon-igi:

Sono un medico spagnolo che lavora in Sierra Leone con una ONG che si occupa di Ebola. Questo virus, come sapete, sta colpendo da più di 6 mesi una parte del continente africano, e ora, purtroppo, è arrivato anche in Spagna. Quello spagnolo è il primo caso, nella storia di questa malattia, di trasmissione diretta di Ebola fuori da confini di un paese africano.

Noi ora stiamo attivando a Bo, la seconda città più grande della Sierra Leone, un centro di isolamento e trattamento dei pazienti affetti da Ebola (sia i ‘casi’ sospetti che quelli confermati) che li accoglie dal momento in cui presentano i primi sintomi (di solito si tratta di febbre). È, infatti, a partire da questo stadio che la malattia diventa infettiva. I pazienti vengono sottoposti al test per diagnosticare il virus e noi ci prendiamo cura di loro finché non arriva il risulto dal laboratorio. Se l’esito è negativo il paziente può tornare a casa ma il nostro team di medici andrà quotidianamente a visitarlo a domicilio per le tre settimane successive. Se invece il risultato è positivo si inizia subito con il trattamento e il paziente viene messo in terapia intensiva.

Tutto ciò funziona in un Paese dove, finora, ci sono stati più di 2.400 casi positivi e quasi 700 morti, secondo quanto ha riferito il Ministero della Salute. Tuttavia i malati potrebbero essere molti di più perché le comunicazioni non funzionano bene ed è possibile che alcuni casi di contagio non vengano comunicati. È noto infatti che ogni persona infetta può a sua volta infettare dalle 2 alle 6 persone.

Mi rivolgo alla Ministra della Salute spagnola, Ana Mato, per dirle, con tutto il rispetto, che, secondo me, qualcosa è andato storto. Credo inoltre che le informazioni che vengono date dai media nazionali sul triste caso della collega infettata non siano del tutto esatte. Qui, nel Paese in cui si ha a che fare ogni giorno con questa malattia, abbiamo un altro modo di vedere le cose e delle risposte molto diverse da quelle che stanno dando il governo e alcuni colleghi. 
 
Non è mia intenzione angosciare qualcuno o creare situazioni allarmistiche, però ho l’obbligo di dire che in questo momento si sta nascondendo la verità. O meglio: non si stanno spiegando le cose in maniera abbastanza chiara. Non voglio credere che venga fatto di proposito; preferisco pensare che sia dovuto all’ignoranza di chi parla di cose che non conosce.

Bisogna essere consapevoli che le apparecchiature e i dispositivi per la protezione personale, tecnicamente chiamati DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) che sono stati utilizzati fin’ora per proteggersi non sono adeguati per questa malattia. Come forse saprete, l’Oms ha diversi ‘livelli di protezione’ in base al tipo di malattia che si deve fronteggiare. Ebola richiede il massimo grado perché è molto pericoloso, ha un alto rischio di contagio e, soprattutto, perché si conosce ancora molto poco su questo virus. Se si indossa la ‘muta’ (una tuta speciale) si viene completamente isolati dall’ambiente esterno. Non c’è nemmeno un centimetro di pelle non protetto o non coperto, e alcune zone hanno persino un doppio strato, come nel caso dei guanti.

L’operatore sanitario che entra regolarmente in una zona pericolosa o che può essere a contatto con i pazienti sospetti o confermati, oltre ad indossare la tuta, frequenta un corso di 2 settimane organizzato da professionisti qualificati. Nel nostro caso, qui in Sierra Leone, è Msf che ci fornisce questa formazione. I professionisti di Msf sono, probabilmente, le persone che hanno più esperienza con questa malattia; quelli che meglio di chiunque altro sanno riconoscerla e curarla.

Le nostre misure di protezione sono davvero tante e non si limitano alla muta che, tra l’altro, è continuamente esposta a sostanze che possono rovinarla (spruzzi di acqua clorata, distributori di detergenti a base di cloro per il lavaggio delle mani, disinfettanti per la suola delle scarpe, ecc). Giusto per darvi un’idea: una corretta vestizione (PPE) richiede circa 10 minuti, mentre invece per togliere la muta si impiegano anche 20-25 minuti. Questo perché bisogna seguire una lunga serie di passaggi che vengono, inoltre, controllati e monitorati da almeno due persone: uno è addetto a spruzzare continuamente uno spray disinfettante, mentre l’altro è lì per ricordarti i vari passaggi da seguire. Anche i medici più esperti, quelli che vanno quotidianamente nelle ‘aree a rischio’ e che sono abituati a ripetere più volte al giorno (la tuta infatti non può essere indossata per più di un’ora di seguito. Il rischio è quello di disidratarsi) questo lungo e noioso processo, a volte dimenticano i passaggi o possono rischiare di compierli nell’ordine sbagliato rischiando così di infettarsi.

Per fornire un dato: oltre il 90% degli operatori sanitari che hanno contratto il virus si sono infettati perché non hanno seguito i protocolli corretti o non hanno indossato la tuta. La colpa è perciò di un errore umano. Il restante 10% è invece stato infettati fuori dell’ambiente di lavoro, da un parente, facendo sesso, ecc.

Non continuerò ad annoiarvi oltre; volevo solo dirvi che la faccenda è molto complessa e non mi sorprende che ci sia stato un caso di contagio. Vorrei che la Spagna imparasse dai propri errori e, soprattutto, che la collega infettata guarisse.

(Source: validx2, via onlylolgifs)

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